Israele e la Chiesa nel Nuovo Testamento

By | giugno 11, 2016

Una delle domande più frequenti che si pongono gli studiosi delle Scritture è quella relativa alla relazione tra Israele e la chiesa. Quando leggiamo l’Antico Testamento, è evidente che la maggior parte di esso riguarda la storia di Israele. Da Giacobbe all’esilio, il popolo di Dio è Israele e Israele è il popolo di Dio. Nonostante il continuo peccare da parte dei suoi sovrani e del suo popolo, la cui conseguenza fu il giudizio e poi l’esilio, i profeti puntano a un momento nel futuro in cui avverrà la restaurazione d’Israele. Quando passiamo al Nuovo Testamento la stessa storia continua e Israele è ancora presente. Gesù è descritto come colui cui sarà conferito “il trono di suo padre Davide” e che “regnerà sul casato di Giacobbe (Israele) per sempre” (Luca 1:32-33). Il Signore Gesù Cristo è presentato come Colui che annunciavano le profezie .

I primi a credere che Gesù fosse il promesso Messia erano israeliti: Andrea, Pietro, Giacomo e Giovanni. Tuttavia, nei vangeli, ascoltiamo Gesù annunciare che sta costruendo la Sua chiesa e vediamo , a causa di queste affermazioni, una crescente ostilità tra le autorità israelite e Gesù. Il quale Gesù parla di distruggere i mezzadri della vigna e di darla ad altri (Luca 20:9-18). Negli Atti  degli Apostoli  l’avanzata del vangelo presso i samaritani e i gentili provoca un conflitto maggiore con le autorità religiose d’ Israele.  Secondo alcuni, questo significherebbe che Israele è stato messo da parte e sostituito da questa nuova entità, la chiesa. La questione, però, non è talmente semplice quanto sembri in apparenza, perché c’imbattiamo anche in indizi che lasciano capire che Dio non ha terminato di avere  a che fare con la nazione d’Israele. Dopo la proclamazione dei guai verso gli scribi e i farisei, Gesù dice, “Non mi vedrete più, finché non direte:‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’” (Matteo 23:39). Nel discorso presso l’Orto degli Ulivi, Gesù parla di Gerusalemme come calpestata “finché i tempi delle nazioni siano compiuti” (Luca 21:24). Negli Atti degli Apostoli, Pietro dice a un uditorio di giudei: “Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro, e che egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, di cui Dio ha parlato fin dall’antichità per bocca dei suoi santi profeti.” (Atti 3:19-21).  Infine, Paolo fa affermazioni su Israele che sembrano escludere un rifiuto totale.  Parlando d’Israele, Paolo dice: “Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo!” (Romani 11:1a).

Per comprendere la relazione tra Israele e la Chiesa, così com’è descritta nell’Antico Testamento, dobbiamo esaminare la questione nel contesto delle diverse risposte che i cristiani hanno formulato nel corso degli anni. La visione tradizionale dispensazionalista sostiene che Dio non abbia sostituito Israele con la Chiesa, ma che Dio abbia in serbo, nel corso  della storia, due diversi programmi : uno per la Chiesa e l’altro per Israele. Il dispensazionalismo tradizionale sostiene anche che la chiesa sia composta esclusivamente da fedeli che sono stati salvati tra la Pentecoste e il rapimento. Inoltre, (il dispensazionalismo classico) ritiene che la chiesa, come corpo di Cristo, non comprenda i fedeli dell’Antico Testamento. Un’altra forma di dispensazionalismo, quella chiamata “progressiva”, ha modificato alcune di queste concezioni, ma la teoria tradizionale dispensazionalista rimane la più diffusa. Alcuni teologi del patto hanno adottato una concezione che molti dispensazionalisti descrivono come “teologia sostitutiva”, secondo la quale la Chiesa avrebbe sostituito completamente Israele. I giudei possono ancora essere salvati individualmente attraverso la fede in Cristo, ma la nazione di Israele e i giudei, intesi come un popolo, non hanno più alcun ruolo nella storia redentiva.

Un approfondito studio del Nuovo Testamento rivela che queste due interpretazioni sono insufficienti. La relazione tra il popolo di Dio nell’Antico Testamento e il popolo di Dio nel Nuovo Testamento è meglio descritta in termini di uno sviluppo organico anziché una separazione o una sostituzione. Durante la maggior parte dell’era dell’Antico Testamento vi erano essenzialmente tre gruppi di persone: le nazioni gentili, la nazione di Israele e il vero Israele (composto di quelli che sono rimasti fedeli). Nonostante la nazione di Israele sia spesso caduta in idolatria, apostasia e ribellione, Dio ha sempre conservato per sé un residuo di fedeli, quelli che riponevano fiducia in lui e che non s’inchinavano a Baal (1 Re 19:18). Tra questi rimasti fedeli, cioè il vero Israele, vi erano uomini come Davide, Giosuè, Isaia e Daniele, oltre a donne come Sara, Debora e Anna. Vi erano quelli che erano stati circoncisi nella carne e un numero inferiore di quelli che erano stati circoncisi anche nel cuore. Perciò, anche nell’Antico Testamento viene espresso il concetto che non erano tutti israeliti quelli che erano nati da Israele (Romani  9:6). Al tempo della nascita di Gesù, tra i fedeli rimanenti (Il vero Israele) vi erano individui come Simeone e Anna (Luca 2:25-38). Durante il ministero di Gesù, il vero Israele era più visibile in quei discepoli giù dei che credevano che Gesù fosse il Messia. Quelli che aiutarono Gesù non erano parte del vero Israele, indipendentemente della loro etnia. Tra questi vi era gran parte degli scribi e dei farisei. Sebbene essi fossero giudei di nascita, non facevano parte del vero Israele (Romani 2:28-29). Il vero Israele divenne definita dall’unione con il vero israelita, Gesù Cristo (Galati 3:16,29).

Nel giorno di Pentecoste, il vero Israele, cioè i giudei che credevano in Gesù, furono presi dallo Spirito Santo e formati nel nucleo della chiesa del Nuovo Testamento (Atti 2). Lo Spirito Santo fu riversato sul vero Israele, e gli stessi uomini e donne che facevano parte di questo vero Israele divennero in quel momento la vera nuova chiesa del patto. In seguito, i gentili cominciarono a unirsi a questo piccolo gruppo.

Questo è un punto molto importante da comprendere, perché spiega il motivo per cui ci sia una tale confusione circa la relazione tra la chiesa e Israele. La risposta dipende se stiamo parlando della nazione d’Israele o del vero Israele. La chiesa è distinta dalla nazione d’Israele, così come il vero Israele nell’Antico Testamento era distinto dalla nazione d’Israele anche quando era parte di essa. Il gruppo rimanente era parte dell’insieme ma poteva anche essere identificata dalla sua fede.

Tuttavia, se stiamo parlando del vero Israele, in realtà non c’è alcuna distinzione. Il vero Israele dell’Antico Testamento divenne il nucleo della vera chiesa nel giorno di Pentecoste. L’analogia dell’ulivo che Paolo usa in Romani 11 è istruttiva. L’albero rappresenta il popolo del patto Dio – Israele. Paolo paragona l’Israele priva di fede, ai rami che sono stati recisi dall’ulivo (v.17a). I fedeli gentili sono paragonati a rami di un ulivo selvatico che sono stati innestati nell’ulivo coltivato (vv. 17b-19). Il punto importante da notare è che Dio non taglia il vecchio ulivo e ne pianta uno nuovo (teologia sostitutiva). Inoltre, Dio non pianta neanche un secondo albero accanto a quello vecchio per poi innestare rami dal vecchio in quello nuovo (dispensazionalismo tradizionale). Invece, lo stesso albero esiste attraverso la divisione tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Quello che rimane dopo che i rami secchi sono stati recisi, è il vero Israele. I fedeli gentili sono ora innestati in quest’ulivo che già esisteva (il vero Israele, la vera chiesa). Esiste un solo ulivo buono e lo stesso esiste tra la linea di divisione tra Antico e Nuovo Testamento.

Che cosa significa tutto ciò, ai fini della nostra comprensione della relazione che esiste tra la chiesa e Israele? Significa che quando il vero Israele fu battezzato dallo Spirito nel giorno di Pentecoste, la chiesa divenne vero Israele.  Perciò esiste una continuità tra il vero Israele e la chiesa. È per questo motivo che le confessioni di fede riformate affermano che la chiesa sia esistita sin dal principio del mondo (Confessione Belga, Art.28). Nonostante ciò, esiste una discontinuità tra la chiesa e la nazione d’Israele, così come esisteva una discontinuità tra i fedeli rimasti e l’Israele apostata dell’Antico Testamento.

Romani 11 e il futuro d’Israele

Quali sono, quindi, le implicazioni per la nazione d’Israele, cioè i rami che sono stati recisi dal vero Israele a causa della loro assenza di fede? Ha forse Dio cessato di avere a che fare con loro come parte del patto? Per rispondere a questa domanda dobbiamo prendere in esame la trattazione che l’Apostolo Paolo fa in Romani 9-11. Nei precedenti capitoli, da 1 a 8, Paolo ha negato che ai giudei sia stata garantita la salvezza sulla base dei loro particolari privilegi in quanto giudei. Il fattore chiave era la fede, non la loro radice etnica né le loro opere. In quella prima parte della lettera ai romani, Paolo ha spiegato che tutti quelli che credono in Gesù sono figli di Abramo. Ha anche affermato che Dio manterrà tutte le sue promesse. Tutto ciò susciterebbe una serie di domande legittime nelle menti dei suoi lettori, come:  Quale sarà il destino d’Israele? Che cosa succederà alle promesse di Dio in seguito al rifiuto del Messia da parte d’Israele? È forse Israele stata diseredata? E’ forse stato deviato o accantonato il piano di Dio rivelato attraverso l’Antico Testamento? Paolo risponde a queste domande nei capitoli 9-11.

All’inizio di Romani 9, Paolo esprime la sua sofferenza per Israele, i suoi “parenti secondo la carne” (v.3). Subito dopo, Paolo elenca tutti i privilegi che ancora appartengono a Israele, compresa l’adozione, i patti e le promesse (vv. 4-5). Subito dopo (vv. 6-29), Paolo argomenta la proposizione che ha fatto al versetto 6a, che la promessa di Dio non è fallita. Prima spiega che l’elezione corporativa d’Israele non ha mai voluto lasciare a intendere la salvezza di ogni discendente biologico di Abrahamo: “Non tutti i discendenti d’Israele sono Israele” (v- 6b). Nei versetti 14-23, Paolo espande questo concetto, spiegando che la salvezza non è mai stata un diritto di nascita basato su una discendenza biologica. Invece, è sempre stata un dono di Dio, sulla base della Sua sovrana elezione. Più avanti, Paolo elabora la svolta che ha subito la storia redentiva, secondo la quale, mentre Israele è inciampato su Gesù, ai gentili è aperto l’accesso nel regno (vv. 9:30- 10:21). È importante notare che in Romani 10:1 Paolo scrive, “il desiderio del mio cuore e la mia preghiera a Dio per loro è che siano salvati.” Egli sta parlando circa Israele, e il fatto per cui Paolo può continuare a pregare per la salvezza dell’Israele non credente, indica che egli ritenesse la salvezza fosse possibile per loro.

Ciò che Paolo ha detto finora solleva la domanda cruciale, “Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo!” (11:1a). Questo è il tema di base del capitolo 11. Nei versetti 1-10, Paolo dimostra che Dio non ha rigettato Israele, attraverso la distinzione tra i “residui” e gli “induriti”. Espandendo quanto già affermato in 9:6-13 e 9:27, Paolo indica che, così come nei giorni di Elia, anche in quel periodo vi era un residuo di fedeli (11:2-5). In contrasto con il residuo, scelti attraverso la grazia (v.5), vi è “il resto”, la nazione d’Israele nella sua totalità, che è stata “indurita” (v.7).  Dio ha reso priva di sensi, intorpidito la spiritualità di Israele (v.8) ed essi sono inciampati (vv. 9-10).

Subito dopo, Paolo si chiede: “Sono forse inciampati perché cadessero?” (v. 11:11a). Qual è la sua risposta? “No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia.” (v. 11b). Qual è il significato presente dell’inciampare da parte d’Israele? Paolo spiega che quello è stato un mezzo per portare una moltitudine di gentili nel regno. L’indurimento d’Israele serve agli scopi di Dio. La loro trasgressione è servita come occasione per concedere la salvezza ai gentili. Paolo afferma, “Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione!”  (v.12).

Nei versetti 11-12, Paolo si riferisce a tre eventi: la caduta (o “fallimento”) d’Israele, la salvezza dei gentili e  la piena inclusione d’Israele. Il primo di questi conduce al secondo e il secondo conduce al terzo. La caduta d’Israele, in altre parole, diede inizio a un processo che finirà con il condurre alla restaurazione d’Israele. Questa è la primi di cinque parti di questo breve passaggio dove Paolo spiega lo scopo e il futuro d’Israele in termini di tre fasi. Douglas Moo ha efficacemente riassunto questo concetto come segue:

  • 11-12: “la caduta d’Israele” – “la salvezza per i gentili” – “la loro ricchezza”
  • 15:  “il loro ripudio” – “la riconciliazione del mondo” – “la loro partecipazione”
  • 17-23: “i rami naturali sono recisi” – “i getti selvatici sono innestati” – “i rami naturali” sono di nuovo innestati
  • 25-26 “l’indurimento d’Israele” – “la ricchezza dei gentili” – “tutto Israele sarà salvato”
  • 30-31: la disobbedienza d’Israele –misericordia per i gentili – misericordia per Israele

 

La continua ripetizione di questo processo composto di tre fasi, rinforza l’idea che Paolo guarda avanti verso una futura restaurazione d’Israele. La condizione presente d’Israele è descritta come “caduta” e come “ripudio”.  Paolo contraddistingue la condizione futura d’Israele in termini di “piena inclusione” e come “accettazione”. La “piena inclusione” seguirà la “caduta”. L’”accettazione” seguirà il “ripudio”.

Paolo anticipa un potenziale problema nei versi 13-24. I fedeli gentili, cui è stato insegnato che ora sono il popolo di Dio, potrebbero essere facilmente ingannati a credere che questa sia una causa per vantarsi nei confronti dei giudei. In questi versi, Paolo ammonisce contro una tale arroganza. Nei versetti 11:16-24, Paolo spiega lo sviluppo della storia redentiva e il luogo che occupa Israele al suo interno, usando l’analogia dell’albero di ulivo che abbiamo esaminato in precedenza. Di nuovo Paolo punta a tre fasi nella storia redentiva: “Rami naturali recisi”-“Getti selvatici innestati”- “Rami naturali” innestati di nuovo nell’ulivo naturale.

L’insegnamento di Paolo nei versetti 25-27 È stato oggetto di dibattito riguardo alla corretta interpretazione del capitolo 11. Paolo scrive nel versetto 25: “Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri”.

Qui Paolo sta ancora parlando direttamente ai gentili (vedere V. 13). Egli vuole che capiscano un “mistero”. In questo contesto, il mistero comprende il capovolgimento delle aspettative degli ebrei riguardo la sequenza degli eventi degli ultimi tempi. Il “mistero” e che la restaurazione di Israele segue la salvezza dei gentili.

Nel versetto 26, Paolo continua la frase è cominciata al versetto 25: “e in questo modo tutto Israele sarà salvata.” Il dibattito maggiore è che cosa significhi “tutto Israele.” Charles Cranfield elenca le quattro possibili interpretazioni: (1) tutti gli eletti, sia giudei sia gentili; (2) tutti gli eletti della nazione di Israele; (3) L’intera nazione di Israele, compreso ogni singolo individuo; (4) L’intera nazione di Israele ma non necessariamente ogni singolo individuo. Siccome Paolo nega ripetutamente la salvezza di ogni singolo israelita, possiamo escludere la possibilità al punto (3).

Giovanni Calvino sosteneva che “È tutto Israele” al versetto 26 significasse tutti gli eletti, sia giudei sia gentili. Paolo utilizza questo tipo di linguaggio in altri luoghi nei suoi scritti. Il problema nell’interpretare “Tutto  Israele” in 11:26 in questo senso è il contesto. Nella porzione che comprende i versetti 11-25, Paolo ha continuamente distinto gli ebrei dai gentili. Dobbiamo anche ricordarci che la preoccupazione di Paolo in questi capitoli e per i suoi parenti secondo la carne (9:1-5). In questo contesto, la sua preghiera, è per la salvezza dell’Israele non fedele (10:1). In romani 11:26, Paolo rivela che la preghiera di 10:1 sarà esaudita una volta che caduta la pienezza dei gentili.

Altri teologi riformati, come O.Palmer Robertson ed Herman Ridderbos, sostengono che “È tutto Israele” si riferisca a tutti gli eletti della nazione di Israele nel corso dell’era  presente. Così come la interprazione che equipara “Tutto Israele” alla Chiesa, vi è una certa verità in questa interpretazione. Gli ebrei che sono salvati nell’era presente non sono diversi da quelli che saranno salvati nel futuro. Il problema con questa interpretazione, così come quella precedente, e che stride con il suo contesto immediato. In altre parole questa teoria non trova riscontro con quello che sta sostenendo Paolo in questa parte della lettera. Paolo non è tormentato dalla salvezza dei residui. Loro sono già salvati. Egli è tormentato da Israele che non crede. È per la salvezza di questo “Israele” che lui prega (10:1) ed è questo Israele che egli dice che sarà salvato nel versetto 26.

L’interpretazione di “tutto Israele” che meglio si adatta al contesto immediato è quella che intende “tutto Israele” come la nazione di Israele nella sua totalità, ma non necessariamente includendo ogni singolo individuo del popolo d’Israele. In questo capitolo Paolo continuamente e contrasta i gentili e gli israeliti, inoltre continua a farlo nella prima parte della frase che stiamo esaminando (V punto 25). Non esiste alcuna ragione derivante dal contesto per ritenere che Paolo cambi il significato del termine Israele nel mezzo di questa frase. L'”Israele” che sarà salvato (V. 26) e L’”Israele” che e stata parzialmente indurita” (v. 25). Quest’Israele parzialmente indurito e distinto dai gentili (25) e deve anche distinta dall’attuale rimanenza dei credenti giudei che sono stati induriti (v.7)

Conclusione

La relazione tra Israele e la Chiesa nel Nuovo Testamento non è sempre facile da discernere, ma può essere compresa se ci ricordiamo le differenze tra la nazione di Israele e l’Israele di entrambi Antico e Nuovo Testamento, oltre a considerare quello che Paolo insegna in Romani 11. L’attuale indurimento di Israele ha uno scopo nel piano di Dio, ma questo indurimento non è permanente. La futura restaurazione della nazione di Israele comprenderà il suo reinnesto nell’ulivo, l’unico popolo di Dio. La restaurazione di Israele vorrà dire  che diventeranno parte del “Vero Israele” mediante la fede in Gesù Cristo il Messia.

(articolo originale:  http://www.ligonier.org/learn/articles/the-church-and-israel-in-the-new-testament/)

regarde

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